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21 gen 2011

L'ultimo metrò

«No, cazzo, no!»
Feci appena in tempo a vedere i fari del metrò; poi la voce metallica diffusa dagli altoparlanti confermò i miei timori.

Si avvisano i signori passeggeri che il servizio è sospeso fino a domattina…

Senza attendere la fine della frase, avanzai rapidamente verso il sottopassaggio e mentre frugavo nella tracolla per cercare il cellulare, un flashback mi catapultò nel pub da cui ero appena uscita; vidi Anna chinarsi per raccogliere il mio nokia caduto a terra. Eppure credevo di averlo rimesso in borsa.

Dovresti riposarti un po’, hai un viso così stanco… “ mi aveva detto, poggiando il telefono accanto alla birra.

Inizio novecento

«Siamo arrivati» Lea posteggiò davanti alla vecchia villa liberty «allora, che ne pensi?».
I grandi occhi scuri di Ago guizzavano da una parte all’altra della casa. Il sole era appena calato e il crepuscolo proiettava ombre giganti tra gli alberi nudi.
«Ti sei chiesta perché una casa tanto grande costi così poco?».
«Perché la gente è idiota» rise Lea «ma noi non ci lasceremo suggestionare da una diceria popolare».
In quella casa, una sera d’inizio novecento, era divampato un incendio in cui morirono due anziani coniugi; il corpo del loro unico bambino, nato quando avevano ormai perso le speranze di diventare genitori, non fu mai ritrovato. La leggenda narrava che ogni sera la coppia tornasse tra quelle mura per cercare il figlio tanto desiderato.

15 dic 2010

Ti fidi di me?

Questo dicembre appena nato mi ansima sulle cosce. Un déjà vu in cui sono appesa su tacchi a spillo nella ghiaia di un parcheggio, a inspirare veleno in attesa di un uomo che quando viene non si ferma mai.
La tramontana mi strangola come il guanto di pelle nera sulla gola di una puttana.
Sono anche vestita come una puttana, truccata come una puttana. L’ha voluto lui.
Con la differenza che le puttane si pagano, mentre stasera sono io a dover pagare per questa stanza.

8 set 2010

Sabrina

Tremava, Sabrina, tremava sotto un respiro impaurito, una foglia ammazzata dal vento incerto di settembre.

25 ago 2010

Un muro non basta

“Nadia, sono qui! Hai portato tutto?”
Tito scese dall’auto e Nadia si avvicinò, una mano in tasca e l’altra mezza congelata a sorreggere una busta piena di barattoli; il sedile posteriore era sparito per far posto alla vecchia scala pieghevole.
“Si, tutto.”
“Sapevo di poter contare su di te, Zia.”– le rispose Tito calandole sulla testa un cappuccio da Babbo Natale con le lucine intermittenti.

La notte

Liberamente ispirato dalla canzone "La notte" di Adamo.

Un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.
Nulla.
Nulla.
Nulla.
"Svegliati Daniele, è solo un incubo, svegliati."
Il volto assonnato di Valentina mi strappa alla tua immagine che scompare.
"Cosa stavi sognando?"
"Nulla."
"Vado a prenderti un bicchiere d'acqua?"
"No, no, è passato. Dormi."

13 ago 2010

La favola di Destino e Vita

«Mamma, mi racconti ancora la favola di Destino e Vita?»
Luca mi guarda aspettando un mio cenno d’assenso; gli occhioni sgranati, i capelli pettinati ordinatamente con la scriminatura a sinistra, il cappuccio della felpa piegato sulle spalle. E' nato trentasei anni fa, eppure per lui il tempo si è fermato, lasciando nel suo fisico esile e nello sguardo sognante le fattezze del bambino spensierato che doveva frequentare la prima elementare alla scuola Filzi di Tavernola.

11 ago 2010

Dieci anni, anzi, nove

Such a lonely day,
and it’s mine.
The most loneliest day of my life.


Poche centinaia di metri separano casa di Massimo dalla stazione di Rivello, perlomeno stando a quanto dicono le indicazioni che Letizia ha stampato da internet prima di partire.

Lo specchio

Claudio e Manuela avevano appena terminato il giro dei centri commerciali previsto per ogni sabato mattina, una diabolica abitudine che non avrebbero perso per almeno altri sei mesi, e si avviavano ormai verso casa quando l’attenzione della donna fu catturata dalla vetrina di un negozietto di mobili, dove un grande specchio dalla cornice di bambù le strizzava l’occhio sussurandole “comprami”.
«Amore, lo prendiamo? Costa solo duecentotrenta euro… è un affare! Ci starebbe da dio nella nostra camera da letto, non trovi?» - Manuela si era aggrappata al braccio di Claudio come una bambina che voleva lo zucchero filato.
«Manuè, ti prego… non ne posso più! È tutta la mattina che mi trascini da un lato all’altro della città, guarda che il matrimonio è fra sei mesi, non fra sei ore, mica dobbiamo arredare tutta casa oggi! E poi… ma l’hai visto bene? Più di duecento euro per un pezzo di vetro con una cornicetta di legno?»
Ma Manuela l’aveva già preceduto all’interno del negozio, lasciandolo sbraitare per poi intimargli di entrare immediatamente.
E quando Claudio, attraverso la vetrina, si accorse delle fattezze della commessa, non se lo fece ripetere due volte.

Un buco nell'anima

Il vagito gelido di quel neonato febbraio s’insinuava sotto il mio cappotto, mentre aspettavo Davide nel parcheggio del ristorante dove c’incontravamo spesso tre anni prima.
Avevo indossato il meglio dei miei trentadue anni per l’occasione, accondiscendo anche all’ennesima richiesta: guanti neri di raso, lunghi fino ai gomiti. “Come una diva d’altri tempi”, mi aveva detto.
O come una spogliarellista.

Zeus

E’ il suo segreto, questa forma di terapia.
Alle cinque, quando ha finito, non vede l’ora di tornare a casa, di togliersi le scarpe e di mettersi in poltrona.
Di solito ha un giornale e una bibita già pronti sul tavolino perché a Paola piace coccolarlo.
Lui beve, legge, si riposa, poi va a fumare una sigaretta sul balcone e aspetta.
Verso le sei e mezzo spunta il gatto sul terrazzo di fronte.
E’ un persiano bianco, di quelli di razza.
Si guarda intorno, poi con un salto raggiunge il cornicione più in basso e fa quella cosa.

Oklahoma S.P.

C’è una specie di luminosità nel suo sguardo stamattina. Si vede da come è entrato in ufficio, da come ha centrato l’attaccapanni con la giacca e da come mi ha salutato unendo pollice e indice e alzandoli alla bocca per invitarmi a prendere il caffè. Mentre lavoriamo, ogni tanto si tocca il gesso e non può fare a meno di sorridere. Mi avvicino e fingo di leggere il comunicato che ha davanti: una piccola scritta storta spicca sulla piega bianca dell’ingessatura.

Maschere

Caterina dice che aspetta ogni mercoledì a partire dal mercoledì sera. Che è il suo piccolo momento di piacere. Io non mi faccio illusioni, però: dice tante cose. Quando arrivo ha già messo al loro posto i pezzi sulla scacchiera e i cuscini, visto che giochiamo sul pavimento e ogni partita dura un’ora o più.
“Non tocca a me il nero” faccio, come ogni volta.
“Si invece” dice lei, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.

Innocenti evasioni

Brutta. Sì, sì, è proprio brutta. Eh sì signora, ha ragione, bisogna dire le cose come stanno, quando ci vuole, ci vuole. E ci sarebbe bisogno che qualcuno lo dica anche a lei, non può continuare ad andare in giro conciata in quel modo, la Betti, ma li vede quei polpacci? Sembrano due angurie! E’ senza vergogna quella lì. Come dice signora? Beata lei che non si fa problemi? Può darsi, d’altronde ognuno è libero di andare in giro come gli pare eh, io mica sono una di quelle zoofile che odiano gli stranieri, però a me fa un po’ senso vederla con quegli stivaletti bassi e quei polpaccioni. Che poi quegli stivaletti li ho visti l’altro giorno al mercato delle robe usate.

La giusta vibrazione

Luisa aveva appuntamento con “l’altra” nel giardino pubblico situato di fronte alla scuola elementare dove insegnava. In una mano teneva il pacchetto delle sigarette e l’accendino, nell’altra un giubbino nero. La borsa a tracolla conteneva gli ultimi temi dei suoi alunni. Argomento: la famiglia. Di lì a pochi minuti avrebbe finalmente visto in faccia la donna per la quale suo marito stava per lasciarla dopo ventidue anni di matrimonio.

D'istinto

In questa cella il tempo è stato lento, sì, ma breve. Perché gli anni sono corti dove manca lo spazio. Fuori di qui le ore ci spaventeranno con la loro durata, i minuti si allungheranno e dovremo spingere la lancetta per farle completare il giro. Lo spazio che avremo davanti sarà una prateria sconfinata di ore, e i minuti: mandrie allo stato brado. Il tempo sarà una pampa argentina dove puoi uccidere una bestia, cucinarne un pezzo e avere solo l’obbligo di seppellire la carcassa. Così saranno i minuti, ne addenteremo qualche secondo, scaveremo un buco e ci seppelliremo l’avanzo non consumato. 

Le scarpe nuove


Camminava, era già buio ma non era tardi, saranno circa le sei, pensò. D’inverno la notte arriva sempre presto.
Non aveva mai avuto un orologio, ci aveva provato mille volte a comprarne uno, lo indossava per un paio di giorni, poi lo dimenticava sul comodino, e quando tornava a casa la sera le lancette erano troppo impolverate per poter distinguere che ora fosse.
La strada era buia, abbastanza da veder spuntare dall’angolo un gatto che non c’era.

Orbene, chi pensate ch'io sia?

“Basta, per la miseria. Smettila di dire cazzate! Ma non ti rendi conto di essere solo un vecchio represso? Un maledetto nostalgico del cazzo che si nasconde dietro paroloni altisonanti, con l’unico risultato di apparire pateticamente inutile.
Svegliati!
Il mondo è cambiato, è andato avanti, ma come fai a non saperli prendere? Non dovrebbe essere difficile. Ormai sono tutti uguali.

Odore di finocchio e polvere da sparo

“Guardami bene Carlotta” - mi diceva sempre la nonna, piccola nel suo vestito a fiori - “per fare una pasta e ceci come si deve, bisogna sbucciarli uno per uno.”
Osservavo le mani nodose muoversi fra i legumi che sgusciavano lucidi fuori dalle bucce. E’ un rito domestico che mi piace ancora oggi, e quel tempo ritorna ogni volta con gli stessi odori a prendersi gioco di me, a intrecciare luoghi e lineamenti di un passato spensierato con desideri e paure di un presente orfano di illusioni.